Orgoglio e pregiudizio (cit.)
Al netto delle operazioni di comunicazione, che ormai sono nella cultura del nostro tempo (il fine e non il mezzo per condividere informazioni e contenuti), osservare dall’esterno il Gay Pride tenutosi in questi giorni a Roma, stimola alcune riflessioni. Ovvio che ogni manifestazione, al netto delle norme e delle regole della convivenza civile, ha tutto il diritto di esistere a prescindere dalle istanze che la muovono (questo a scanso di equivoci sui pregiudizi che ci possono essere mossi in questa sede – di questi tempi la giustificazione è d’obbligo, onde evitare accuse a prescindere dagli argomenti posti – ), sorge però spontaneo domandarsi, quali possano essere le rivendicazioni di un generico richiamo alla libertà. Sulla libertà di vivere con chi si vuole e amare chi si vuole, non ci soffermeremo, tanto è tautologico il nesso tra libertà individuale e scelta del proprio partner di vita, a maggior ragione non dovrebbe occuparsene la politica, che non può discernere sulle scelte personali e affettive degli individui, ma solo sui diritti che ad essi spettano. A questo proposito la L. 20 maggio 2016 n. 76, la cosiddetta legge Cirinnà, già disciplina alcuni diritti per le coppie di fatto omosessuali ed eterosessuali (e qua, sta a mio avviso il limite intrinseco della legge, ma ne parleremo approfonditamente in seguito), pur con tutti i limiti di una legge arrivata tardissimo nel nostro paese e anche per questo discussa e approvata in fretta e furia. Sulla libertà di non subire il pregiudizio spesso al limite dell’omofobia, c’è un giustificata e legittima aspettativa da parte di quegli individui, che purtroppo anche nel nostro paese, pagano le conseguenze di preconcetti difficili da sradicare. Quello che vedo e leggo sui media però è piuttosto un richiamo ad una “liberazione”, il tema della sfilata nella Capitale è appunto "Brigata arcobaleno, la liberazione continua", che suona vagamente minaccioso, come se nel rivendicare giustamente il diritto sacrosanto a vivere la propria vita affettiva, sessuale e di relazione, ci fosse un rigurgito vendicativo e ostentatorio: «noi siamo nel giusto, voi siete sbagliati!». Quasi nel tentativo di controbilanciare un pregiudizio con un altro pregiudizio, quasi a voler annullare l’altra metà del cielo, in questo caso l’eterosessualità, in un afflato punitivo e compensatorio, o a voler normalizzare tutto quello che fino ad oggi è stata sana diversità – eterosessualità, omosessualità –. Il tutto condito da una sfilata divertente, partecipata, a tratti più folkloristica che rappresentativa del diritto a non vivere nel pregiudizio. Drag queen, travestimenti, frustini e lustrini vari, funzionano perfettamente in una festa di laurea, non stimolano il pensiero sui temi del pregiudizio e dei diritti, anzi, al contrario ostentando una presunta superiorità al grido di «si guardami, sono gay e posso vestirmi, o meglio svestirmi da donna, uomo o chicchessia e mimare amplessi in pubblico con chiccessia», intimidiscono e allontanano la cosiddetta società civile, società che si vorrebbe stimolare su un tema così importante. L’ostentazione della propria sessualità, non per forza affettività (che si può dimostrare peraltro in mille altri modi), non è un viatico ai diritti civili, ma è semplicemente quella ormai diffusa mancanza di privacy, a cui il mondo mediatico e iper connesso dei nostri tempi ci ha abituato, senza renderci conto, che nella diffusa profusione dei nostri più privati e legittimi desideri, cancelliamo ogni intimità, ogni dettaglio che rende irripetibile la nostra relazione con l’altro, quella diversità che rende unico ogni individuo nell’atto di condividere. Non entrerò nel merito della partecipazione di alcuni rappresentanti dell’ANPI all’evento, per non cadere nel solito trabocchetto, anche se ormai la strumentalizzazione dei simboli nel nostro paese ha raggiunto livelli da patto di Varsavia, di jurassica memoria. Lo stesso vale per affermazioni come «… siamo dalla parte giusta della storia», «É l’amore che crea una famiglia» una saga della banalità, che svilisce il messaggio che la manifestazione vuole o voleva rappresentare. Per celebrare, per fare una festa non abbiamo bisogno di scuse, di motivi, ma per parlare di diritti abbiamo bisogno di argomenti. La prossima volta sediamoci intorno ad un tavolo e guardiamoci negli occhi e i frustini lasciamoli in camera da letto.

