Appunti per un antifascismo minimo. Prima parte.
Col passare degli anni va compiendosi la scomparsa della generazione che ha combattuto il Fascismo in armi tra l’autunno del 1943 e la primavera del 1945. Per tutte le persone interessate a mantenere viva l’eredità di quell’esperienza, l’approssimarsi del giorno in cui l’ultimo testimone dei fatti dovrà congedarsi, pone l’obbligo (spesso evocato, mai realmente accettato nelle sue conseguenze) di operare un salto di fase: quello che segna lo scarto tra una vicenda umanamente testimoniabile e un’eredità culturale collettiva senza protagonisti. La differenza tra i due piani è significativa: laddove la trasmissione diretta di un fatto ha un valore esperienziale ed emotivo immediato, la sua conoscenza per signum richiede, tra l’altro, elevate capacità di astrazione e di razionalizzazione, nonché un inquadramento storico e valoriale condiviso. Tutte cose di cui nel tempo presente vi è estrema scarsità.
Nonostante la prevedibilità di questo esito, nei decenni i mondi che si rifanno all’eredità dell’antifascismo non hanno saputo risolvere la tensione tra i due piani (quello soggettivo-testimoniale e quello oggettivo-storiografico), al punto che nel discorso pubblico antifascista si è sempre avvertita una tensione assai faticosa tra la rilevanza quasi sacrale che veniva concessa al protagonismo dei testimoni diretti, e l’urgenza di una trasmissione culturale ‘verso altri’ (spesso iconizzata nella metafora del ‘passaggio del testimone’). La natura umana e il trascorrere del tempo stanno operando nei fatti la cesura che si è sempre voluta rimandare, e tra non molto il cambio di prospettiva si imporrà motu proprio, a prescindere cioè dai paradigmi sociali che ne accompagneranno il compimento.
La domanda a cui dovrà rispondere chi resta è: possiede ancora l’antifascismo (inteso per approssimazione come l’insieme dei valori e dei riferimenti che accomunava chi ha partecipato alla stagione resistenziale) una sua attualità? O se preferiamo: è ancora, l’antifascismo, una categoria fondativa per le scelte e i progetti della società contemporanea?
Chi risponde affermativamente (e noi ci mettiamo tra costoro, pur nelle forme che cercheremo di chiarire), lo fa di norma seguendo due distinte linee argomentative. Le due linee non sono in contraddizione formale tra loro, e possono tranquillamente coesistere all’interno di un medesimo discorso. La prima linea argomentativa poggia su quello che potremmo definire argomento della persistenza, mentre la seconda propugna un approccio di tipo evolutivo che si esprime attraverso un argomento dell’analogia.
L’argomento della persistenza può essere schematizzato all’incirca come segue: il fascismo è ancora oggi un pericolo concreto che minaccia la stabilità delle forme di convivenza democratica tra persone, popoli e nazioni. Cioè, per dirla con Brecht, il ventre che ha generato quel mostro è ancora fecondo. Ne consegue che al cospetto di un pericolo tanto grave, risulta necessario mantenere in vita il paradigma dell’antifascismo.
L’argomento evolutivo è invece più plastico, ma anche più impegnativo sul piano della sistemazione teorica. Il suo nucleo è una specie di tabella di conversione, che associa taluni aspetti dell’antifascismo storico ad altrettanti temi e ai contesti della stretta contemporaneità, individuando per analogia un legame di continuità e di somiglianza pur nella discontinuità esteriore delle forme storiche nelle due epoche. Ad esempio, sulla base di tale argomento, il pacifismo moderno e l’avversione alle guerre vengono senz’altro lette come una diretta evoluzione di quel principio di tolleranza e collaborazione tra popoli che gli antifascisti contrapposero al bellicismo fascista. La società multi o inter-culturale, d’altro canto, è vista come la naturale evoluzione della propensione cosmopolita, solidaristica e umanitaria dell’antifascismo. L’europeismo, volendo elencare, si lega all’afflato di collaborazione pacifica tra le nazioni della quale molti intellettuali antifascisti furono anticipatori. E via discorrendo. Secondo questo ragionamento, una volta individuate le opportune analogie, l’antifascismo resta un paradigma di stretta attualità, e chi si dice antifascista non può non aderire alle opzioni volta per volta considerate (pacifismo, multiculturalismo, europeismo, eccetera).
I punti di tensione che attraversano i due argomenti sono impliciti alle rispettive definizioni: l’argomento della persistenza deve riuscire dimostrare che un pericolo all’apparenza remoto (il ritorno del fascismo quasi 75 anni dopo la sua caduta) è in realtà estremamente concreto, mentre l’argomento evolutivo ha il problema di giustificare la validità della corrispondenza tra i valori fondanti dell’antifascismo e altri che la Weltanschauung antifascista originaria non poteva esplicitamente includere (ad esempio, il tema del pacifismo nelle relazioni internazionali o della scelta tra diversi assetti istituzionali nelle democrazie rappresentative).
Lo scopo di questi brevi appunti non è ovviamente validare o confutare i due argomenti (compito arduo e forse neppure perseguibile), ma esaminare le difficoltà entro le quali entrambi gli argomenti sembrano dibattersi, per ipotizzare strade alternative (che non prevedano semplicemente l’abbandono del paradigma antifascista in qualche metaforico solaio della coscienza civile).
Cominciamo dal primo argomento. Asserire la persistenza di un pericolo fascista oggi ci pone davanti al problema molto serio di fare un’affermazione considerata dalla maggioranza dei nostri potenziali interlocutori come fortemente controintuitiva e probabilmente anche controfattuale. Davvero il fascismo è una minaccia concreta?
Il fattore che per decenni ha favorito – almeno nel nostro Paese – il mantenimento di una linea argomentativa della persistenza, è sicuramente il perpetuarsi di iniziative più o meno esplicite volte ad indebolire il tessuto democratico nato dalla Liberazione.
Oggi è abbastanza facile dimostrare che quelle iniziative non avevano per obiettivo un reale ripristino dello status quo ante (dittatura di un partito-Stato e soppressione formale delle libertà), ma solo la creazione di un clima di paura funzionale alla marginalizzazione delle spinte riformatrici in campo economico e sociale portate avanti dalle forze di sinistra e da larghe fasce della popolazione.
Nondimeno, è indubitabile il fatto che raggruppamenti organizzati (e addirittura segmenti delle istituzioni e agenzie legate a governi di Paesi stranieri) strumentalizzassero o vagheggiassero la prospettiva di un ritorno ad assetti di tipo autocratico o autoritario.
Possiamo allora affermare che – almeno sino a tutti gli Anni Settanta – esisteva in linea teorica un pericolo di destabilizzazione dell’ordine democratico ad opera di attori che si ispiravano alla dittatura fascista.
Detto questo, sia in senso retrospettivo che – soprattutto – in chiave di analisi del presente, la persistenza di un pericolo fascista in senso stretto appare obiettivamente inargomentabile. Può funzionare a livello di affermazione ad effetto, o di slogan, e solo all’interno di una comunità di riferimento che ne accetti saldamente il presupposto. Quando però viene sottoposto ad uno stress logico, l’argomento della persistenza rivela ben poca presa, e si trasforma velocemente in argomento dell’analogia (il quale possiede, come si accennava, migliori proprietà plastiche e di adattamento). Chi dunque obietti l’impossibilità di un ritorno del fascismo storico (i manganelli, gli arresti, il confino, le battaglie del grano, l’autarchia, le corporazioni, le leggi razziali, eccetera), si sentirà immediatamente rispondere che il fascismo di cui si paventa il ritorno è di un altro genere. Davanti alla più semplice e prevedibile delle obiezioni, la persistenza diventa analogia. Interessante è capire con quali conseguenze, e quali benefici.

Lorenzo Lasagna
(Prima Parte. Continua)



