Dall’intellettuale organico al conformista pubblico: la società dell’autocensura

Tra gli aspetti salienti della vita sociale contemporanea, va senz’altro inclusa la trasformazione delle forme di dominio legate al sapere.

Le élite intellettuali della modernità avevano sostenuto la propria egemonia su un principio che – per usare le parole di Sabino Cassese – potremmo definire epistocratico, cioè legato al potere che derivava dalla conoscenza posseduta (istruzione, cultura, competenza).

Brutto a dirsi, ma l’epistocrazia poggiava sul tacito (e magari inconfessabile) presupposto dell’essere – quella dei cosiddetti intellettuali – una minoranza privilegiata, detentrice di strumenti ai quali la maggior parte del corpo sociale non aveva (né poteva avere) accesso.

La cultura di massa della postmodernità ha come noto abbattuto quel presupposto, ha democratizzato l’esercizio del sapere e ha abolito i privilegi che ne derivavano. Con quali risultati, non è qui rilevante dire.

Tra i molti effetti prodotti da un simile processo (la scomparsa del ceto intellettuale, il rifiuto delle intermediazioni e la definitiva eclissi del principio di autorità, etc.) è invece interessante osservare com’è cambiato ciò che resta delle élite culturali. Ho di recente riesumato una (vecchia) battuta di Flaiano, che suonava più o meno così: “Lei crede che la televisione abbia abbassato il livello culturale della popolazione?”, “No, credo che la televisione abbia abbassato il livello culturale degli intellettuali”.

Nei corpi sociali dell’oggi resta un simulacro dell’élite, ma è un simulacro spento, che nasconde alcuni rovesciamenti dei valori nei quali le élite si riconoscevano. In primo luogo il valore della libertà e della riflessione critica, ai quali viene preferito un generalizzato conformismo.

Intendiamoci: il conformismo delle élite non è un fenomeno recente. E’ quasi inevitabile che una comunità di sapere sviluppi al proprio interno abitudini consonanti, stabilisca codici di comportamento, e premi l’adesione a tali canoni, scoraggiando deviazioni e discordanze.

Ma il dato tipicamente contemporaneo è la sostituzione del conformismo al principio di conoscenza. Il punto non è più comprendere il reale, ma condividere acriticamente talune sue interpretazioni.

Nei gruppi che hanno preso il posto delle élite, e che potremmo chiamare minoranze conformiste, l’utilizzo di strumenti e di segni che riecheggiano l’eccellenza epistocratica ha perso qualsiasi reale funzione critica, e si è codificato in canone, leit motiv, schematismo.

Il riecheggiamento dello status che un tempo spettava ai ceti intellettuali (un preteso senso di superiorità che non si sostanzia più su un sistema consolidato di saperi, ma solamente su opinioni facilmente fruibili e condivise) si associa dunque per la prima volta in modo sistematico all’adozione di comportamenti passivi e piattamente consensuali (che nelle costruzioni sociali classiche erano invece tipici delle maggioranze silenziose e delle masse).

Tra i sintomi che rivelano la natura fittizia del riecheggiamento, il più evidente è forse la prevedibilità dei comportamenti. La minoranza conformista utilizza schemi di discorso irrimediabilmente bloccati: tutte le tesi sono note a priori, gli argomenti portati in loro sostegno sono sempre gli stessi, e nessuna reale dialettica di posizioni è possibile.

Le generazioni che animarono la discussione pubblica all’epoca dell’intellettuale organico non amarono mai troppo il dissenso, sia chiaro, ma di certo produssero un’enorme quantità di dibattiti – talvolta persino prolissi e sfiancanti – ma sempre molto vivi e animati. E quasi ogni ortodossia finì col produrre al proprio interno numerose eresie.

La natura del quadro attuale (antitetico al principio che secondo Popper costituisce l’essenza delle società aperte: la falsificazione delle ipotesi) determina una sostanziale denegazione del dibattito. I contenuti sono fissati, e le forme del discorso pubblico sono rigorosamente codificate. L’azione del dissenso viene tacciata a priori non tanto di incidentale non correttezza, ma di sostanziale inammissibilità (volta per volta etica, sociale o civile). Il desiderio condiviso all’interno dei gruppi conformisti è (più o meno esplicitamente) la rimozione degli argomenti sgraditi e se possibile anche la proscrizione dei loro estensori.

L’universo simbolico dei valori si è polarizzato, riducendosi ad una contrapposizione irriducibile tra alcuni totem da abbracciare (che sono saldamente collocati all’interno della comunità di appartenenza) e alcuni tabù da esorcizzare (che vengono respinti all’esterno del sistema condiviso).

Intorno alle principali e più stringenti questioni della contemporaneità, non vi è pertanto, né può più esservi, un dibattito socialmente accettabile. Il conformista pubblico, che è l’erede decaduto dell’intellettuale organico teorizzato in altre epoche, si pone necessariamente a favore di talune tesi e necessariamente contro alcune altre. Ma soprattutto: non accetta di considerare alcun argomento che ponga in discussione le prime o che rivaluti le seconde. Egli nobiliterà tale sua indisponibilità asserendo che le posizioni contrarie alla propria sono in contrasto irrimediabile con qualche principio fondamentale per lui non negoziabile, e che debbono pertanto essere denegate a priori (gli esempi disponibili sono moltissimi, e spaziano dall’antropologia culturale all’etica applicata, passando per le norme generali che regolano la convivenza sociale).

Si produce così uno stato di fatto nel quale il dibattito pubblico è bloccato nella ripetizione di tesi obbligate e nella condanna aperta e intimidatoria delle tesi sgradite. La novità, ancora una volta, è che tali comportamenti vengano agiti da minoranze riflessive e non da masse prive di strumenti culturali adeguati.

E’ esperienza sempre più frequente conoscere in via riservata opinioni e giudizi che le persone evitano accuratamente di manifestare nel dibattito pubblico, per paura del biasimo e dell’ostilità collettiva. Si sprecano del resto mobilitazioni tese non tanto a confutare nel merito determinati argomenti, ma ad impedirne la circolazione e la diffusione. Il principale riflesso di tale preoccupazione è il crescente ricorso all’autocensura, che sta diventando un fattore condizionante del discorso pubblico.

Ci si può domandare se dal quadro sopradescritto derivino indicazioni utili, e se ci siano contromisure che le società aperte possono prendere per evitare il collasso generale del sistema di circolazione delle idee. La risposta è: probabilmente sì. Il comportamento sul lungo periodo dei diversi fattori in gioco non è facile da prevedere, ma sul breve periodo è senz’altro opportuno che chi ancora annette valore alle società aperte e alle loro regole di funzionamento, si adoperi anzitutto per aprire e presidiare luoghi di rottura del conformismo generale, opponendosi al riflesso di stigmatizzazione e di negazione del dissenso, e accettando e promuovendo dibattiti e discussioni (purché razionalmente argomentati) anche su questioni-limite. Accoglienza critica dei comportamenti difformi, la potremmo definire, intesa come pratica di libertà negativa e di rifiuto dell’ingiunzione a ripetere e a conformarsi.

 

 Lorenzo Lasagna