Immigrazione

DALLA DIFESA DEI DIRITTI UMANI ALLA TRASFORMAZIONE IN STRUMENTO POLITICO

L'argomento immigrazione è quello su cui si è giocato e si gioca, ormai almeno da due decenni, il dibattito politico italiano (e in parte anche quello europeo). Questo nonostante il nostro paese sia a tutti gli effetti un paese giovane per processi immigratori; fino agli anni 90 del secolo scorso, il fenomeno era infatti pressoché sconosciuto e l'Italia si contraddistingueva per essere una nazione poco attrattiva, nei confronti dei migranti. La vera crescita dal punto di vista statistico avviene nei primi anni 2000, fino ad arrivare esponenzialmente ai dati di oggi con il superamento dei 5 milioni, come dato globale della presenza degli stranieri residenti in Italia e ai 3.714.137  di cittadini non comunitari regolarmente presenti al 1° gennaio 2017.

La tabella sottostante (fonte ISTAT) chiarisce l'aumento stabile degli ultimi quindici anni degli stranieri residenti nel nostro paese (il dato somma cittadini comunitari ed extracomunitari).

 

 

Al netto dei dati, la presenza degli stranieri in Italia, resta un fenomeno non particolarmente rilevante dal punto di vista numerico, soprattutto comparato ad altri paese europei, come Francia, Germania e Gran Bretagna, che dalla metà del secolo scorso, anche per processi storici a noi estranei, sono stati interessati da forti movimenti migratori.

L'altro aspetto che ci preme sottolineare, come conseguenza dei dati sopra citati, è il marginale disinteresse dei governi che si sono succeduti dagli anni 80 in poi, riguardo al tema migratorio. La prima legge dedicata è la cosiddetta Legge Martelli (legge 28 febbraio 1990, n. 39), seguita poi nel 1998 dalla Legge Turco - Napolitano (legge 6 marzo 1998, n. 40), attualmente il sistema è regolato dalla legge 30 luglio 2002, n. 189, meglio nota come legge Bossi-Fini.

Anno 2002, ultimo anno in cui un governo ha deciso di normare il fenomeno dell'immigrazione, sono passati ormai 16 anni e nonostante si parli di immigrazione ogni giorno, praticamente su ogni tipo di media, la politica tutta, latita sull'argomento da quasi due decenni.

A distanza di così tanto tempo dall'ultimo disegno di legge, quello che resta sono le discussioni infinite sull’accesso alle frontiere, sui migranti economici e sui richiedenti asilo, sugli aiuti agli stati di provenienza, sul rimpatrio assistito, senza che la politica riesca a dare una risposta concreta alla massa di informazioni, che abbiamo ormai sugli ultimi vent'anni di immigrazione nel nostro paese, grazie anche al lavoro delle istituzioni competenti e delle associazioni che da decenni se ne occupano.

Ciò di cui ha bisogno il nostro paese è in primis, un disegno di legge che prenda in esame la contemporaneità della situazione migratoria, fuori da ogni logica di parte, senza pregiudizi, con un forte impegno alla regolarizzazione degli aventi diritto e alla ricerca di strumenti efficaci per la lotta all'immigrazione clandestina.

E invece no! Il cicaleccio del dibattito attuale è assordante quanto inutile.

Alla fine l'immigrazione e il singolo migrante sono diventati solo uno strumento politico, per accattivarsi di volta in volta l'elettorato di riferimento e questo, si badi bene, non da parte di una particolare forza politica, ma da parte di tutto l'emiciclo parlamentare, che utilizzando ad hoc fatti di cronaca e situazioni emergenziali, fa discendere di volta in volta il proprio inconfutabile pensiero ad uso e consumo della propria parte politica.

Così assistiamo indifesi alla dicotomia immigrato vittima/immigrato carnefice in un marasma indistinto di informazioni senza fonti, dibattiti di esperti (o presunti tali), citazioni più o meno argomentate, con persone sbattute in prima pagina tra abbracci politici o dileggio quotidiano, senza che nessuno molli la sua visione di un millimetro, in un costante mantenimento di posizione, che diventa una rendita vera e propria al turno elettorale successivo. Il tutto condito dall'immancabile opinione dell'uomo comune, trascinato nel tribunale del pregiudizio, con la velocità tipica dei nostri tempi, opinione che diventa verità assoluta.

In questa lotta quotidiana a chi si accaparra il consenso, non ne esce bene nemmeno la sinistra moderata, che da anni cavalca il tema dell'immigrazione come un mantra salvifico, senza pensare che al di fuori della complessità del tema, il cittadino comune non regala commiserazione a basso prezzo se danneggiato in prima persona, dalla mancanza di meccanismi certi, di regole chiare che connotino i diritti come tali, e non come prodotti a basso costo, da utilizzare all'uopo.

La strumentalizzazione come metodo politico ha relegato la politica tutta nel regno dei luoghi comuni, dove chiunque può esprimere il proprio pensiero e sentirsi l'oligarca di turno della democrazia rappresentativa.

Il risultato finale della delega della politica tutta al popolo sovrano, in un dibattito secolare e vitale per le nostre democrazie, come quello sui processi migratori, che i social hanno reso interattivo, è solo caos e livore. Se la politica non se ne riapproprierà, la distanza tra chiacchiere e risultati da raggiungere sarà incolmabile.

 

Giorno 1

La mia città oggi ha avuto il minor aumento percentuale di contagi dal 2 marzo, solo 52 casi, solo il 15% in più. Incoraggiante.
È una prima linea, drammatica.
Alle 14.00 sono andata per la prima volta, dal decreto che emana le nuove norme, al supermercato. Parcheggio semideserto, venti macchine al massimo, come il 14 agosto, ma pioviggina, nuvole di vari grigi si abbassano sull’orizzonte, sulla mia testa, comprimono i pensieri. Non sai cosa pensare, all’inizio è solo strano, la normalità ti si attacca al cervello e non molla, è rassicurante, combatte le avversità o solo le stranezze. Che importa di un parcheggio vuoto, è solo un accidente, una giornata strana, magari oggi nessuno aveva voglia di sofficini, o semplicemente di pollo o di birra, non è niente.
Parcheggio davanti all’ingresso, come non mai, che fortuna, inimmaginabile!
Mi avvicino ai carrelli, ma invece delle solite file ordinate di carrelli inseriti uno nell’altro, ce ne sono solo tre, tristemente abbandonati sotto la pensilina, che li protegge, come se non servissero a nessuno, infungibili.
Lo smuovo pesante e mi avvicino all’entrata del centro commerciale, il silenzio intorno. Davanti alle porte scorrevoli sette, otto persone, un gruppetto di tre mi osserva, quasi tutti indossano la mascherina, come me. Non capisco cosa facciano, mi sento osservata, mi avvicino e chiedo: “è aperto?” qualcuno, non so chi mi risponde “Sissi, è la coda”, mi fermo immobile, per un attimo non comprendo. Mi accodo, tenendo le dovute distanze.
Quindici minuti lunghissimi, è tutto grigio, il cielo, il metallo del carello, le porte scorrevoli il pavimento, un vento gelido disturba il mio viso, facendomi rabbrividire, non so dove guardare, siamo tutti estranei che fanno finta di non essere spaventati. Mi accorgo che mi stanno salendo le lacrime agli occhi e me ne vergogno, per così poco, ma non è questo, è quello che potrebbe essere, che sarà.
Il ragazzo dietro di me accenna un dialogo, cerca di essere positivo, mi dice che ieri era peggio “la coda arrivava oltre il parcheggio” e mi accorgo di non riuscire ad immaginare una coda fuori, dal centro commerciale, nel parcheggio, una stranezza.
Arrivano altre auto, alla spicciolata, persone sole, così ci dicono di fare, una persona alla volta.
Anche loro non capiscono, si appropinquano alle porte e vengono richiamate dagli altri in attesa “c’è una coda!”.
Mi accorgo di osservare il cielo, per non condividere con gli altri questo momento che da strano si trasforma in malinconico, è un tempo immobile, infinito e crudele. Siamo tutti molto educati e severi nel rispettare le regole, quasi irreali, ci rassicuriamo a vicenda, con gli sguardi, ma non siamo a scuola. È tutto vero. Sta succedendo a noi, a quelli che le serie distopiche le guardano su Netflix.
Poi una mattina ti svegli e sei in coda con una mascherina fuori da un supermercato.